La critica di Fabiana di Cerbo

Luce e ombra, materia ed essenza, plasticità e pittoricità: queste le contraddizioni estetiche ed etiche del lavoro di Max Persona ed Elena Idone, un'osmosi di personalità diverse ma simbiotiche, che si concretizza in un'opera artistica che ha il sapore della "storia" artistica.

 

Le profonde lacerazioni sulla tela, sapientemente resa materica e spessa con strati di gesso, per saturarne il colore e la tessitura, e per rendere più carnale il gesto stesso dell'artista che la incide, parlano il linguaggio gestuale dell'arte concettuale italiana; ma se lì il taglio era una ribellione verso l'oggetto stesso denominato "quadro", qui esso si fa atto di generosità nei confronti della materia di cui esso è composto, materia che è intrinsecamente viva e energica, ma che riesce a manifestarsi nella propria luce profonda solo attraverso l'atto dell'artista, che si fa quasi servo dell'opera in sé, ponendo il proprio gesto come strumento perché essa possa liberarsi.

 

Non esistono colori, ma esiste solo l'assenza di essi - il nero, a volte steso in campiture uniformi, a volte rappreso attorno alle labbra delle lacerazioni, come grumo di tenebra prima dell'avvento della luce all'interno della lacerazione stessa, o la loro somma come nello spettro solare - il bianco, che non è solo quello lattiginoso e puro steso sulla tela, ma è anche, e soprattutto, quello luminescente e quasi sovrannaturale che permea dal retro della tela stessa, attraverso le fenditure, oltre i bordi del quadro stesso, perché la luce, l'energia della materia e della vita sono più forti dei limiti fisici.

 

Un'opera che si direbbe zen, per esempio nelle scelte cromatiche (o a-cromatiche) e nella filosofia di fondo, volta all'estrinsecazione di un profondo nirvana interiore, ma che in realtà esiste grazie al dramma visibile che l'artista vive ed esprime, e che, dalla catarsi nipponica, passa al turbamento bohemien. Un'opera dunque, che fa del dissidio, della anarchia sentimentale ed emozionale, dell'avviluppamento entro se stesso il proprio sfogo e punto zenitale, e che promette tuttavia di divenire manifestazione universale dell'equilibrio finale che attende ogni uomo che coraggiosamente entra nelle proprie paure, nelle proprie perversioni per uscirne non già corrotto ma rinnovato, risuscitato, purificato. ​